Tra rovine di noi e resti di te
[...] ma d'altronde, la tristezza che provo per te è l’unica cosa che mi rimane.
Mi sono
lasciata cadere
Con il
timore di chi si muove nel buio
E la
curiosità di chi, nel buio, vede nuovi colori,
E nel vedere
ho scoperto
il sogno di un mare iridescente
che mi
abitava vivo dentro.
Mi sono
stretta in un brivido di commozione
E subito ho
dovuto aggrapparmi all’ emozione
-Che
conosciuto un tempo il senso della fine-
già temevo
in lontananza
Un’ emozione
dentro cui stringersi
e silenziosamente
Tra ventre e
cuore.
Affogare
Ma è nei
colori di quell’acqua viva
Che ho
scelto
Di Non
lasciare
A timori
antichi
la
decisione di un naufragio
Allora, decidendo di nuotare, ho visto che a muovermi era amore.
Tornando indietro ad un pomeriggio di fine aprile

Su un tramonto di fine
aprile si libera di fronte a me Pont Neuf. Ho appena vent’anni, ma a
guardare la città colpita dall’arancione del cielo gonfio di nuvole, quasi
violento nella sua bellezza, mi sembra di potere capire la stanchezza delle sue
imponenti mura. Neanche avessi cent’anni.
Cerco di ascoltare Valentine
che accanto a me parla della metro di Parigi. “Parigi è animalesca”, mi dice,
“e la metro è senza dubbio il luogo più selvaggio della città . Turisti
stanchi con capelli unti e lo sguardo assente, clochards come spiriti
volanti della foresta, zingari che si avvicinano con lo sguardo di predatori
affamati e maliziosi, e già assaporano la loro preda; enormi donne dalla pelle
nerissima, tanto truccate da sembrare le grottesche maschere africane della
loro terra”.
Valentine parla divertita ed
eccitata: “mio zio mi diceva sempre che quando prendeva il treno per Torino,
negli anni Sessanta, c’era un forte odore di miseria e umanità . Adesso l’ho
capito. Perché riesco a sentire anche io quell’odore: sa di umido e di
muschiato, ma soprattutto ti entra nel naso l’essenza pungente di quell’ammasso
di persone, che hanno attaccati ai vestiti gli odori della propria cultura,
della propria casa. Una casa che a volte è fatta di pareti, a volte solo di
pezzi di cartone”.
É soddisfatta Valentine, sta
vivendo.
Parigi selvaggia negli occhi
di Valentine. Parigi antica nei miei.
Mi allontano dal bordo del
ponte a cui siamo appoggiati. Cammino ascoltando le travi di legno
scricchiolare sotto i miei piedi. Mi siedo su una delle panchine in mezzo al
ponte, una nuova folata di vento mi irrigidisce e mi stringo dentro me
stesso, nella mia giacca troppo leggera.
Non è un ragazzo di
vent’anni, ma un bambino quello seduto sulla panchina, con la schiena e
la testa incurvate verso il basso, a guardarsi la punta dei piedi che dondolano
avanti e indietro, cercando di combattere l’aria che soffia.
Valentine mi guarda, proprio come una madre guarderebbe un bambino, e
si siede con me. Ci scambiamo un sorriso poco convincente, e io torno
con lo sguardo su Pont Neuf.
“Ho scoperto che nonostante il nome, “Ponte Nuovo”, è il ponte più
antico della città ”, le dico. Valentine, mi prende già in giro, senza nemmeno
farmi finire “e tu sei proprio come lui, vero? Sei un’anima millenaria nel
corpo di un ventenne”.
Non rispondo, e mi lascio
andare distratto con i pensieri verso il cielo. Il cielo di Parigi che si
mostrava a me in tutta la sua immensità , era forse l’unica cosa capace di
distendere la matassa ingarbugliata di pensieri nel mio stomaco. Tutto si
districava dentro me, nel contemplare la solennità di quell’orizzonte, segnato
solo dalle scie degli aerei.
E poi Valentine, così vera accanto a me. Ancora parla, ma io già sento
che sto iniziando ad allontanarmi. Cerco di rimanere in quel momento, sul Pont
des Art. Allora mi aggrappo con gli occhi ai dettagli del suo corpo. Mi
soffermo sulle curve dei suoi riccioli scomposti, seguo con attenzione le sue
grandi mani che gesticolano vivaci. Osservo il fango sulla punta degli
stivali consumati. Metto a fuoco i nei che le contornano la bocca, e i grumi di
mascara sulla punta delle ciglia.
Lei e lì, è vera.
La sua felicità di essere a Parigi si interrompe solo in momenti come
quello, in cui si rende conto che io comincio a non esserci, e che non può fare
nulla per tenermi con lei.
Dove sono?
Mi sento sparso in infinite
particelle d’aria. Sono dissolto nel vento che accarezza i muri della città . Sono
ovunque, eppure non riesco a stare lì con lei, per assaporare –semplicemente
una volta tanto, per favore - quel pomeriggio insieme.
Vorrei parlare, ma non lo
faccio perchè mi imbarazza la mia malinconia da quattro soldi, e già so che per
non sentire, mi prenderebbe di nuovo in giro.
Vorrei dirle che io e la
realtà siamo come le due sponde opposte del fiume, con l’acqua della Senna che
ci permette di guardarci, ammirarci. Ma scorrendo, ci separa.
Dovrei forse imparare a
essere quella stessa acqua.